domenica 17 marzo 2019



Giancarlo Vietri









IL DIO DELL’ATEO




74  NOTE IN PROSA E VERSI
SULL’ESISTENZA  O INESISTENZA DI DIO
E SU MOLTO ALTRO


























                               Meglio un fuoco fatuo
                                          che l’assenza completa di luce
                                                                                                                    Emily Dickinson




1


Prezioso è il bene della religiosità, anche agli occhi di un ateo. Non la devozione di comodo, ma la consapevolezza del mistero.


2

IL SENSO DEL NON SENSO
-          Cosa pensa lei dell’ateismo?
-          Che sarebbe un non senso, se i non sensi avessero un senso.
-          Quindi crede nell’esistenza di Dio?
-          Qualunque cosa abbia un nome, esiste…
-          Che vuol dire?
-          Che la parola è la forma dell’esperienza o anche che il linguaggio è la sede della coscienza. 
-          In altri termini, tutto ciò di cui parliamo implica bene o male una realtà…
-          Sì, Dio come qualunque altra cosa, compreso il suo contrario.
-          Non capisco. Si riferisce a una realtà concreta o a uno scherzo della mente?
-          Tutto quello che passa per la mente ha una sua concretezza. Che poi le parole con in cui lo traduciamo siano diverse a parità di sostanza o sia diversa la sostanza sotto la stessa etichetta, è un’altra faccenda. Quello a cui io do un nome può darsi ne abbia un altro per lei e quello che io chiamo come lei può non essere quello che lei intende, è però parte della mia esperienza, così come io l’ho concepita. È anche vero che, nell’uso dei nomi, io attingo al linguaggio di tutti, risucchiando così nella mia sfera anche significati altrui, una nota collettiva che sbiadisce la mia. Succede allora che, attraverso la parola, io neghi qua e là il mio pensiero: lo disperdo, ne sacrifico le vene più profonde sull’altare degli altri, o carico su di me cose che non mi appartengono. Anche all’idea che ho di Dio si aggiungono tratti che sfuggono al mio controllo. Ma un concetto è un cappello sotto cui non puoi non trovare una testa.
-          Il linguaggio diventa così la culla della verità. Non è quello che diceva Heidegger della parola come “casa dell’essere”?
-          Heidegger era un mistico e il suo misticismo si riflette in una visione di stampo spirituale; ad ogni modo sì, la mia convinzione è che la parola sia la “casa dell’essere”. Solo che per me l’essere è l’individualità, coi suoi scorci razionali, emotivi, sensibili… una dimensione personale, non un’entità sovraordinata, anche se interagisce con l’essere degli altri, così che alla fine ciascuno è la casa del suo proprio essere. L’essere è un dato soggettivo, sia pure condivisibile.
-          Tornando a Dio…
-          Tornando a Dio, Dio esiste per buona parte di noi. Non si sa bene cosa sia, ma è comunque qualcosa, se gli viene dato un nome. E chi non lo chiama così, lo chiamerà in un altro modo.
-          O non lo chiama affatto.
-          O non lo chiama affatto, perché esula dalla sua coscienza o scorre in fondo ad essa senza prendere suono e forma.
-          Esiste allora anche il diavolo, se ha trovato posto nel linguaggio!
-          Certo che sì. Esiste per chi lo teme o lo invoca. È il nome del male o comunque di una negatività che la nostra epoca tutta volta al positivo ha lasciato cadere in disgrazia. Per qualcuno il diavolo ha ancora tratti medievali, agita il forcone e puzza di zolfo, ma per i più è ormai una specie di macchietta, una creatura fantastica buona per le barzellette, simile alla Befana e a Babbo Natale. Perché ciò che esiste in un tempo non è detto che esista per sempre.
-          In questo modo non ci sono verità stabili. Tutto è in movimento, tutto è precario.
-          La precarietà è un concetto relativo, perché è relativo il concetto di stabilità: stabile non è ciò che dura in eterno, ma ciò che replica se stesso per un certo tempo. E comunque effettivamente è così: la verità non è un dato immutabile; cambia da individuo a individuo, da epoca a epoca, da cultura a cultura. Questo vale per Dio come per il diavolo come per qualunque altro ente, cosa o creatura lasci un segno nel nostro pensiero.


3

Non si può ignorare quello che bussa alla coscienza. Tutto ciò che punge l’intelletto profilando un’incognita chiede di avere una forma e un nome. Da questo punto di vista siamo simili a ogni altra creatura: persino nella mente di un insetto, tutto quel che conta ha una forma definita.


4.

Meglio chiamare “Dio” il bisbiglio confuso in cui si perde la coscienza, piuttosto che non chiamarlo affatto.
Si entra così in uno spazio di cui, armati solo di ragione, non sospetteremmo neppure l’esistenza.


5

Sotto i tanti volti che cambiano coi luoghi, con i tempi e le persone, Dio è l’estensione del sé, insinuazione nel tutto, un’espansione che penetra l’universo, dilatazione infinita che si compie non solo all’ombra della religione, ma nella magia della poesia e in qualunque altra arte, prassi o disciplina ci permetta di guardare alla nostra esistenza come a un frammento dell’universo, trasmettendoci il senso della nostra eternità insieme a quello della nostra finitezza.
L’estensione del sé che si insinua nel tutto è la divinizzazione della realtà alla portata di ciascuno.


6

Nello spasmo del cuore che ci proietta verso l’infinito, Dio è la nostra immagine liberata dalle pastoie dell’io, che si irradia nel tempo e nello spazio. È un’eco che ritorna, la traduzione cosmica dell’amore, di quell’amore senza condizioni e senza limiti, che, permeandoci, ci rende unici e indistruttibili e, ritraendosi, ci abbandona al turbine del mondo. 


7

La verità si nasconde sotto gli abiti più vari, in quelli del Figlio dell’Uomo come in quelli del Budda, nei panni di qualunque trimurti come dello stesso ateismo.


8

Comprendere che i nomi delle cose sono la forma dell’esperienza, l’im­­­pron­­ta lasciata su di noi da ciò che ci circonda, ci rende fratelli: quando un cristiano parla di Dio, il suo pensiero non va solo a un vecchio col barbone, seduto su un trono di luce tra una colomba e un giovane profeta, ma anche a uno spazio indefinito fatto di altezze e grandezze incommensurabili, di palpitazioni e smarrimenti, di sguardi che si perdono oltre l’orizzonte e di forze troppo più grandi di noi per ridurle alla tabellina di tutti i giorni. Quindi a una faccia del mondo che io stesso ho avuto la ventura di conoscere, pur avendola chiamata in modo diverso.




9

La teologia cristiana, con tutte le sue raffinatezze e sofisticherie, non è meno ingenua di una fede tribale. Non è però nemmeno più ridicola o arbitraria, né di quel credo primitivo né di ogni altro.


10

“Prendete e mangiate, questo è il mio corpo”, dice il profeta spezzando il pane. “Prendete e bevete, questo è il mio sangue”, aggiunge alzando il calice. E il culto sviluppato in sua memoria insegna che cibarsi del pane e dissetarsi col vino della cena, fatto con animo impuro, è un oltraggio alla sua carne e al suo sangue martoriato.
Gesù è un sogno lontano dai miei sogni, come una divinità dell’Olimpo o un feticcio africano. È un mito prigioniero della sua leggenda, per me che non credo alla favola cristiana. Il corpo e il sangue offerti alla salvezza comune sono però l’emblema di un amore che tutto concede e tutto assume su di sé. E, nell’idea del pasto indegno che lo offende, c’è l’orrore della contaminazione, anche a me così familiare.


11

Quando, per raccontare l’ineffabile, lo abbassiamo alla nostra portata, offuscandone la bellezza, sacrificandolo in parte, perché la sua grandezza non ci travolga, e lo riduciamo a una modesta emozione, a una pallida intuizione, siamo forse diversi da Gedeone, che temette di morire davanti alla luce di Dio, per non poterne sostenere lo sguardo, finché Dio non lo tranquillizzò, spiegando d’essergli apparso “nella sua realtà rivolta all’uomo, non nella sua realtà in sé”?
Lo sgomento di Gedeone e le rassicurazioni del suo Dio ci ricordano come la mente umana abbia bisogno di confini e non sopporti l’interezza.


12

Parlare con Dio? Perché dovrei irridere ai silenziosi colloqui intrattenuti giorno dopo giorno con un Essere immaginario? Imprechiamo contro un motore che non s’avvia come se avesse un animo malvagio e, nei momenti di rabbia, prendiamo a calci le sedie, come fossero le nostre più acerrime nemiche. Neanche il più incallito dei materialisti si vergognerebbe a farlo. Conversiamo con frotte di spiriti naturali del cui passaggio non nutriamo il minimo dubbio. Tra di loro nessuno come Dio ha sollevato tante dispute intorno alla realtà della sua esistenza.


13

Volti enigmatici di totem ci scrutano a ogni angolo di strada ed è curioso quanto poco ce ne accorgiamo. Ci lasciamo influenzare da miti d’ogni tipo, da inveterate abitudini, da adorazioni indiscusse, da esaltazioni irrefrenabili, da timori reconditi, senza batter ciglio; ma siamo pronti a condannare la goffa onnipotenza dei miti altrui.
Queste presenze nascoste sono divinità minori, frammenti di realtà che assumono una valenza assoluta e, in questo senso, sono anch’essi una dimensione del sovrannaturale.


14

LA FEDE IN DIO
Non saprei dire se nel grande mondo
c’è per davvero chi non crede in Dio.
No, non il totem che richiede omaggi
al centro dei villaggi o nelle chiese.
Chi il Dovere invece o l’Altruismo
per altri il Progresso o la Ragione
o l’entusiasmo per la propria sorte
chi il senso di infinita piccolezza.
Rimedio forse al nostro sfacimento:
il sé che spazia a espandersi nel tutto.
Non saprei dire se nel grande mondo
c’è per davvero chi non crede in Dio.

   
15

Il demonio incarna l’animo razziato, depredato dell’amore, colpito da una cecità che trabocca in un ringhio rabbioso. È questo il male: il risultato di una privazione, una via trasversale imboccata dal bene quando il cammino è ostruito.
Ma la figura orripilante del demonio dispensa anche benefici: rinforza l’idea che la sciagura provenga dalla colpa, una panacea, se è vera, come è vera, la difficoltà di ammettere i morsi del destino senza il concorso del peccato. Il peccato giustifica i rovesci della sorte e li consola: credersi causa dei propri mali è più facile che riconoscersi vittime degli altri o del caso, elementi che sfuggono al nostro controllo.
La colpa è un residuo di onnipotenza, uno scampolo dell’illu­sio­ne di esercitare sul mondo un dominio incontrastato.
Che sia il demonio a gestirne l’espiazione, nel fragore sinistro della sua corte disastrata, è però un fatto singolare. Lui, l’Anticristo, escluso dal cospetto di Amore per un vizio di superbia, proprio lui, si accanisce sui poveretti che, in una ricerca sventata dell’amore, si sono smarriti in mille deviazioni inconcludenti! Si allea con Colui che lo ha bandito dai cieli gaudiosi per precipitarlo nel regno dell’oscurità e della disperazione; si mette al servizio del suo Antagonista per adempiere in nome Suo al compito di rendere indigesta l’eternità alle anime dannate! Anziché stringere con loro un patto solidale!
E d’altra parte è una scelta obbligata. Come potrebbero i tormenti inflitti ai peccatori essere inferti dal Padre Celeste, dal benemerito Figliolo, dalla Madre di Lui o dalle schiere raggianti di angeli e santi, con le loro attitudini pietose. Gli spiriti positivi gozzoviglino dunque liberamente nel loro tripudio, lasciando a quelli degli abissi l’affanno impuro di somministrare castighi. Dio non si sporca le mani!




16

Due mosche parlarono di Dio.
“Zzzzzzz – zz – zzz”, fece la prima.
“Zzz – zzzz – zz – zzzz”, ribatté la seconda.
Alla fine si misero d’accordo, certe di essere nel vero.


17

Cosa ci spinge a ricercare Dio, oltre il margine dei catechismi? Qual è il nucleo dell’esperienza religiosa che sentiamo il bisogno di alimentare? È un sentimento che salda la nostra evanescenza alla imperturbabile immanenza del Tutto. È questa l’essenza della religiosità: il superamento del limite individuale, che permette l’identificazione con ciò che è fuori del tempo e dello spazio, una latitudine cosmologica che fa parte del cuore e che dobbiamo riscoprire per superare l’idea della morte e il sapore della solitudine.
Poco importa se, oltre la nicchia dell’io, ci attende il Dio tradizionale o il ruminare immenso delle leggi della fisica, per le quali le nostre cellule saranno macinate nell’ineluttabilità della materia, che le riavvolgerà nel plasma universale. Conta solo che nella coscienza possa vibrare la corda capace di congiungere la fragile sfoglia della nostra esistenza con l’infinito.  


18

Dio è la stanza dell’anima in cui la nota personale si accorda con la vibrazione cosmica. Senza questa sintonia, la vita precipita in un’incommensurabile desolazione. Ogni incontro e solidarietà con gli altri avvengono, in ultima analisi, sotto lo sguardo di Dio, che ci spinge a varcare la soglia di noi stessi: persino l’atto sessuale, che degrada altrimenti a un’incursione clandestina.


19

Tarocchi e fondi del caffè, Scientology e unguenti portentosi, la terapia degli schiaffi e quella del turpiloquio, contemplazione e ascesi, impacchi di argilla e apposizione delle mani o l’inec­cepibile rimedio, raccomandato da qualcuno, di guardare fisso un quadro attaccato alla parete per mezz’ora filata. Ogni divinazione, fede o pratica miracolosa, da quella dell’incantatore di turno fino ai decaloghi delle massime religioni, vanta ottimi risultati, palingenesi definitive o viatici alle felicità quotidiane, offrendo sempre una chiave di volta, una salvezza che schiude tutte le porte o almeno quelle essenziali. L’esercito di santi, veggenti e guaritori si snoda attraverso i secoli, ognuno con la soluzione in tasca, che gli altri disdegnano.
Io mi compiaccio di non prender parte a tante ingenue imprese. E tuttavia potrei rammaricarmi di non salire sul loro carrozzone, tra i miti sempiterni e quelli in voga, su rozzi zatteroni che bene o male permettono la traversata. Non fosse che uno zatterone ce l’ho già: quello da cui osservo divertito le bizzarre evoluzioni della fantasia degli altri.



20

Un compagno, al corso di lingua che frequento, studia teologia. Non mi ispira particolare simpatia: ha una faccia priva di emozioni e il candore di chi crede nei teoremi, una fiducia vicina al fanatismo. Sa però come cercare protezione tra le braccia di un fantomatico Signore, ed è un’attitudine che apprezzo, se penso a chi annaspa nelle proprie pene, affetto da un’e­ter­na diffidenza.


21

Credo nell’esistenza di Dio. Cioè in un principio superiore, scaturito da noi, che ci distoglie dal nostro fragile orizzonte permettendo alla farina delle nostre molecole di esalare in una nuvola cosmica.
Dio è un metabolismo soggettivo come il dolore o la sessualità, una modanatura della psiche che ci riguarda tutti, oggettivamente.


22

Dio è una dimensione dell’io.


23

Due figure curiose, filiformi. E, ai vertici delle tonache, due testoline da paguro. Possibile ci siano ancora creature come queste, uscite, sembra, da antichi santuari o da ritualità tribali?
Possibile. Anche perché di ritualità e venerazioni sono piene le strade, oggi non meno di un millennio fa.
Ogni cosa appare diversa da come è. Il mondo si propone ai nostri occhi attraverso lenti che ne deformano il profilo e rendono vivo ciò che è inanimato, vestendolo di luci benigne o maligne, tingendolo di buona e di cattiva sorte. I tram che sferragliano chiassosi, le vetrine scintillanti, le poltrone a cui affidiamo la nostra stanchezza, i mobili che ci rassicurano con la loro presenza familiare, tutto parla alla nostra anima ed esercita su di noi poteri straordinari, non meno dei crocefissi e delle eucarestie.
Anche un ateo vive di sortilegi. Gli oggetti si imbevono delle nostre attese e delle nostre emozioni e ce le rinviano come immagini riflesse. Il nostro spirito permea di sé le chiese e gli stadi, le sacrestie come i laboratori di ricerca.


24

CHIERICI
Con le mani di scimmia
sotto gli abiti grigi
che presumono un'altra dignità.





25

La dottrina della reincarnazione delle anime può ben essere bollata come fantasia, dal momento che nessuno ha mai visto trasmigrare una sostanza spirituale da un organismo all’altro. Ma non riflette anche l’idea della continuità della natura umana attraverso le ere, una immutabilità che l’idea contraria, quella di una vita che sempre si rinnova, nella sua tensione razionale, non riesce a cogliere?
Il fatto è che i giudizi di vero e di falso si fermano alla superficie delle cose, incuranti di altri significati. Più o meno a questo alludeva Goethe quando diceva che “non bisogna credere a tutto, ma non bisogna mancare di credere che tutto abbia un motivo”.


26

Dal Cristianesimo alla metempsicosi, fino alla lettura dei tarocchi, che svela nelle sue combinazioni una trama nascosta di destini dietro il velo dei fatti ordinari. Interminabili processioni di oracoli si snodano sulla strada delle verità ultime. Gli itinerari attraverso cui ogni fede perlustra l’invisibile sono i riflessi di un sogno comune, ed è in questo la loro autenticità. Dio non è solo un bottegaio che dispensa favori in cambio di offerte votive, è anche la fonte segreta e inaccessibile di una realtà che, senza di lui, resta inspiegabile; e come tale bussa a ogni porta.
Le tante dottrine che indagano l’ignoto si azzuffano tra loro non sapendo di equivalersi.
Cristo e Osiride sono tutt’uno, come tutt’uno sono gli innumerevoli simboli attorno a cui si raccolgono lo smarrimento e le certezze dell’uomo.


27

OMAR
(rassegna imperfetta degli attributi della divinità)
Leva il tridente
bestia smisurata
Omar!
che il polline dei giorni
mesci e rovesci nel braccio di clessidra
impugna la saetta
scuotendo il vello immenso di caprone
e intriga
questo avanzare infimo di cose
con accenti di padre
e di padrone.
Laceri l'orizzonte
la Tua Grazia molesta.
Tu rimpinguato dai nostri terrori
pasci
Unicorno dorato
questo gregge allo sbando
somma
nella tempesta irosa della barba
ogni nostro dolore.


28

Non credo in Dio, ma neanche nell’ateismo esasperato che nega il limite oltre cui la mente precipita nel vuoto. Credo che tutto sia simbolo di qualcos’altro. Il pensiero costruisce ponti sull’ignoto, tanto più fragili quanto più pretendono di essere definitivi e di esaurire il pozzo della conoscenza. 
Si è più vicini all’essenza delle cose se si rinuncia a raschiarne il fondo e ci si accontenta di vaghe risonanze. Perché le parole con cui evochiamo la Verità sono tocchi di pennello che danno all’indicibile una visibilità approssimativa; quando, affermando di sapere ciò che non sanno, non diventano semplici contraffazioni.


29

La preghiera è un dialogo con se stessi. Senza il pensiero che si leva verso il cielo e il miraggio di un Dio che lo raccoglie, non è facile dar voce all’anima.


30

La preghiera è anche una difesa contro l’oscura minaccia che ci circonda, come il rito primitivo del selvaggio che getta grani in un braciere: un incantesimo che mira ad addomesticare gli eventi, sottraendoli all’arbitrio del caso. Neanche in questa forma, tuttavia, merita la spocchia degli spiriti illuminati, perché il vezzo di contrapporre prodigi ai colpi del destino è più comune di quanto non si creda, anche senza lo schermo di una religione.
Ogni uomo, infatti, ha il suo amuleto, persino le menti razionali, che delle fredde architetture della mente fanno volentieri un talismano, tanto più quanto più la rinuncia al soprannaturale mette a repentaglio il loro controllo sul mondo.


31

Tollero i feticci degli altri perché so di quelli miei.
Le verità in cui crediamo sono uno specchio, l’immagine delle nostre emozioni e delle nostre esperienze, e ciò riduce la loro enunciazione a un tentativo velleitario, a un fatto marginale e intercambiabile. Neanche la mia verità sfugge a questa legge, se non per il fatto che non rinnega la sua origine incerta e non apre la coda di pavone di una razionalità incontaminata.


32

Il Dio venerato nelle chiese è un’immagine dell’uomo, spogliata di ciò che abborriamo e arricchita di quel che ci appare più nobile e bello.
33

È documentatissimo Rudolf Augstein nel suo Jesus Menschensohn (Gesù figlio dell’uomo). La storia di Cristo (meglio sarebbe dire la sua leggenda) tramandata dalla Chiesa di Roma è tessuta di miti, spesso così evidenti da lasciare sconcertati. C’è da chiedersi come sia mai stato possibile che moltitudini di genti li abbiano presi sul serio per due millenni, ammassandovi intorno cattedrali e gerarchie, Papi, devozioni e rituali.
Eppure questo non rende la preghiera del cristiano meno attendibile della pratica yoga, della consultazione dei Ching o della meditazione buddista: le vie dell’anima sono innumerevoli e praticabili con identici risultati.


34

Chi non ha altra vista sull’infinito, si serve di un Dio già pronto all’uso, offerto dalla tradizione su un piatto d’argento. Ricerca l’assoluto in una forma familiare, in un nome e in una storia già scritti. Ed è come quando l’intelli­gen­za, poco propensa a esplorare spazi ignoti, ripiega sui cruciverba, con i loro enigmi scontati.


35

Sono religioso. Quindi ateo. Cerco la voce di Dio, non la sua parvenza.
36

Dio è cambiato. Una volta era un vecchio imponente che scagliava fulmini e saette, provocando disastri che col tempo hanno trovato spiegazione nelle scienze naturali.
La domanda non è quindi se Dio esista, ma cosa esista oggi sotto il nome di Dio.


37

Dio esiste. È un fatto biologico che poco o nulla può contro il dolore e la morte. Un giorno se ne conosceranno la formula chimica e le intersezioni molecolari.
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38

Chiedersi se Dio esiste è come domandarsi se esistano un albero, un suono o un profumo. Come interrogarsi se quel che a noi sembra reale non sia soltanto un’illusione.   
Se infatti l’albero, il suono e il profumo sono la forma della realtà in cui siamo immersi, ricompsta da noi attraverso i sensi e gli artifici del pensiero, Dio è il riflesso di un sentimento, dello smarrimento che proviamo davanti allo scorrere del tempo o di chissà quale altro afflato.  
Chiedersi se Dio esiste o se esistono la vita ultraterrena, la metempsicosi, gli spettri e i fauni dei boschi, è come domandarsi se esistono le stelle, le notti e l’arcoba­le­no. Il problema non è se tutto ciò esiste, ma cosa abbia impresso la sua fragile immagine sulla pellicola sensibile che siamo.


39

Difficile è pensare all’uomo senza Dio, ma più ancora pensare a Dio sen­za l’uomo.

40

Dio è un attributo, non l’artefice, dell’umanità. Se tutti se ne convincessero, cesserebbe ogni contesa tra quanti, ponendo Dio fuori della storia, pretendono ciascuno di aver trovato in via esclusiva il bandolo della matassa che conduce a lui.


41

Tutti si appellano alla verità, in un fantasmagorico baccano di profeti, predicatori e santi, schiamazzi di un’autentica babele. Ognuno offre il proprio unguento, con le chiavi del cielo. Ma le mille lanterne accese nella notte parlano tutte di una stessa meraviglia; solo le voci lanciano antemi, in nome di una investitura inesistente.


42

Alzando gli occhi al cielo, affondando lo sguardo nel buio, sentiamo il respiro del cosmo. Non sappiamo cosa sia la profondità inaudita avanti a noi, né cosa venga dopo o cosa l’abbia preceduta, cosa la contenga e a cosa miri, e se abbia un senso pensare a precedenze, successioni e fini ultimi. In ciò consiste Dio: in una dimensione incomprensibile, vasta quanto il dubbio. E nella nostra appartenenza a questo spazio.


43

“E per voi son Dio

che esiste, si dice, soltanto
nell’atto di chi lo prega”

scrive Caproni con formula esemplare.


44

Il Dio cristiano sferza l’invidia, castiga la gelosia, condanna i favori scambiati a fini abietti, maledice la menzogna, la prepotenza e il calcolo.
Lo fa perché non sa dietro il volto del male quanta infelicità si nasconda.


45

Miopia di Dio: nella mano che coglieva il frutto seppe vedere solo la rivolta, non la sofferenza di un desiderio inappagato.


46

Sono miscredente con pena e misericordia. Pena per chi teme il castigo divino e misericordia per le colpe che lo affliggono. Assolvi te stesso, vorrei dirgli, e non svendere le tue ragioni. Il peccato nasce dalla privazione, quando non è solo negli occhi di chi ti inchioda al suo giudizio. Compiendolo, ne hai già pagato il prezzo: perciò non hai bisogno della sferza.
Questo gli direi, perché io per primo so della sofferenza che c’era dietro al male che ho commesso.


47

DIO INAMOROSO
Dio impietoso
che schianti per l’eterno
e sventurato un angelo borioso
costringi ad una acredine animale
e gli chiudi le porte
o Tu Dio iroso
dimentiche di Te giri nel fuoco
le anime fra tutte più dolenti
già sotto il sole
quando svuotate
vissero nel vuoto
Dio inamoroso.


48

DIRITTO D'ASILO
Prendi nota allora
Dio degli abissi
di questa oscura larva che protesta
la sua innocenza di bitume e orgoglio.
La tua scia imperversa: gloria
nelle bocche dei santi
pacificati in te.
Io testimonio solo l'indelebile assenza
il gesto impoverito della mano
l'ardua scienza dei rami
che al cielo si rialzano insecchiti.



49

Il male, nei recessi insondabili dell’io, è la rottura di un mirabile equilibrio, necessario per essere accolti nella casa di tutti.
È sempre e solo l’occhio di Dio che annota le nostre trasgressioni sul taccuino delle colpe, o così ci appare, anche quando ci consideriamo immuni da influssi religiosi: Dio inteso come vincolo essenziale tra noi e gli altri, che sancisce la nostra appartenenza a un ordine più alto della nostra persona, strappandoci a un’indivi­dua­lità deperibile e perciò impossibile da sostenere.
Questa presenza è un’entità tiranna, che ci offre però anche la salvezza. È infatti la sua benevolenza che ci evita di essere messi al bando.
L’offesa a Dio è un atto protervo di autonomia, che fa di noi degli atomi dispersi.


50

Povero Dio, ridotto a giudicare il bene e il male, la futilità delle condotte umane che non significano nulla oltre l’orizzon­te dell’uomo.


51

Nel giorno del Giudizio, quando Dio alzerà il dito per annichilirmi, gli dirò di smetterla con le semplificazioni. Gli spiegherò che il male è un prodotto della terra e che non ha senso al cospetto del cielo. È ciò che gli uomini cercano di eliminare, sempre diverso nel corso della storia e ai vari angoli del mondo: lo vedo dal cagnolino cacciato da tutti perché lacera i sacchetti della spazzatura e urina sulle porte. La sua colpa è di mettere a repentaglio l’ordine consolidato: non fosse per il comodo altrui, sarebbe del tutto innocente.
Dio insisterà che il male è anche la rottura di un’armonia interiore e io gli darò ragione. Obietterò però che, allora, è prima di tutto dolore, che di tutto ha bisogno, meno che di una punizione.


52

La scienza moltiplica gli embrioni umani nella chimica di una provetta: da uno ne ottiene tre. E a qualcuno saltano i conti: all’atto del concepimento, Dio consegna al nascituro un’ani­ma e una sola; i cloni restano dunque senza? O riuscirà alla scienza il miracolo di replicare con la parte organica anche quella immateriale? Perché, se così non fosse e se per giunta tra gli originali e i duplicati non si dovessero notare differenze, crollerebbero millenarie certezze.


53

La navicella spaziale americana è arrivata su Marte. Sull’onda dell’entusiasmo, si fa un gran parlare di forme di vita possibili sparse per l’universo, del contributo dell’acqua alla genesi cellulare e della morfologia delle creature cresciute in ambienti gassosi.
Piccata da queste novità, la Chiesa scopre tra le ceneri delle Verità rivelate la cimice del dubbio. Se ci fossero focolai di vita intelligente nelle gole delle galassie, come la metteremmo col peccato originale? Gli alieni, a differenza nostra, hanno la coscienza immacolata? E Dio li alleva allora nei rispettivi Eden dove continuano a condurre esistenze beate o saranno stati banditi anche loro dai Paradisi della prima ora, per esser piombati nelle spire tentacolari di un qualche demonio planetario? E quanti Cristi si saranno dovuti inviare negli angoli più sperduti del cosmo per emendare gli innumerevoli scampoli di umanità traviata, le infinite specie cadute lungo le vie stellari nelle trappole del Maligno?
Basta del resto guardarsi intorno, per incappare in simili dilemmi, senza bisogno di avventure astrali. Basta riconoscere il baluginare di un’anima negli animali, creature magari perspicaci ma dalle qualità spirituali ancora incerte. Tra i caimani e le tigri –ci si dovrebbe chiedere- mai nessun Adamo e mai nessuna Eva hanno tradito le consegne del Creatore? I macachi e i somari sono dunque migliori di noi? E, se lo sono, perché annaspano come noi nel regno della necessità e della morte?
Forse un Papa dovrà presto ridisegnare le mappe bibliche della redenzione e del peccato.


54

Volentieri mi convincerei che l’anima sopravvive al corpo, mi accorgo però che basta molto meno della morte perché si inceppi. È sufficiente un neurone fuori uso, un grappolo di cellule cerebrali che si deteriori e già l’anima impallidisce, non riconosce i luoghi e le persone, si dissocia dalla propria memoria e langue. Se poi l’anima non è qualcosa che si guarda intorno e che ricorda, che si rattrista e che gioisce e che comunica con gli spiriti suoi pari, sarà il caso di spiegare cos’è, rivedendo l’idea di quel che di noi scampa al disfacimento.


55

Indubbiamente non siamo ancora in grado di enunciare la formula biologica dell’anima, che riporti incontestabilmente i processi mentali a precise reazioni chimiche, a campi elettrici e impulsi nervosi. Possiamo ben dire, però, cosa resta di questa eterea sostanza dopo la nostra consunzione: non la memoria, non la parola, non purtroppo gli affetti né il pensiero, non tutto quello che la semplice rottura di un capillare basta a confondere per sempre.


56

Il nuovo parroco non manca di entusiasmo. Con un fervore molto vicino all’estasi, si lancia in una rivisitazione dei Vangeli. Pare che le epoche passate abbiano dato di Maria un’imma­gine troppo mite e rinunciataria. A esaminare bene i sacri testi, ci si accorge invece che era una giovinetta intraprendente…
Non si rende conto, il parroco, di vedere semplicemente quel che i tempi attuali vogliono si veda in una figura cara all’immaginario popolare, perciò capace di cambiar pelle al bisogno. Dunque insiste. Sottolinea come Maria si sia data di testa sua al Signore, disobbedendo alla tradizione locale, che le avrebbe imposto di rimettersi al giudizio del capo famiglia. Sembra insomma che davanti a Dio, il quale si fosse presentato a chiederla in moglie, una ragazzetta di Giudea meno sicura del fatto suo avrebbe domandato il permesso a papà…


57

La Chiesa riabilita gli animali e, se proprio non riconosce loro un’anima, li unisce all’uomo nella corte dei viventi, là dove le diverse specie, dal moscerino a noi, e persino forse i vegetali, levano canti all’Altissimo.
Rabbrividirebbe il Cardinale De Rohau, ambasciatore francese nella Vienna del XVIII secolo, che, pavoneggiandosi davanti a un seguito di signore, tutte ombrellini e pizzi, abbatté in un sol giorno 130 capi di selvaggina.
Ah! La Chiesa! Capace di adattare ai tempi con la massima disinvoltura il suo chissà se imperscrutabile ma certo flessibilissimo Dio.


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Sua Santità ha condannato senza appello gli omosessuali e i loro tentativi di metter su famiglia, imitazione indegna e sconsacrata di una famiglia “normale”.
È che la Chiesa pretende di conoscere i disegni di Dio meglio di Dio stesso e, mentre il Creatore ha popolato la terra di un’umanità policroma, comprendendovi anche gli individui attratti dal loro stesso sesso, la morale cattolica decreta contro di loro l’ostra­cismo. Dio non discrimina tra i suoi figli e ha posto una accanto all’altra, sotto il suo mantello, la norma e l’ecce­zio­ne. La Chiesa invece confonde ciò che è abituale con ciò che è giusto, e organizza le sue crociate di conseguenza.


59

Tommaso D’Aquino deduceva l’esistenza della perfezione, cioè di Dio, dall’evidenza dell’imperfezione, che si distribuisce in misura decrescente dal basso verso l’alto lungo una scala che non può non avere un ultimo gradino, quello senza difetti e senza limiti. Allo stesso modo, un mondo in cui tutto ha avuto inizio e tutto muore era per lui la prova inconfutabile che ci fosse un’Entità fuori del tempo, in grado di colmare di sé l’eternità da cui provengono e in cui si estinguono le cose. Camminando a ritroso, risaliva insomma da ciò che vedeva a ciò che supponeva. E in realtà non dimostrava affatto l’esistenza del perfetto e dell’im­pe­rituro, ma solo un suo bisogno incontenibile di prove. Il guaio è che i fili della logica si arrotolano nelle nostre menti, senza mai muoversi di là. Capita così che nella gabbia del pensiero si scambi la nostra voce per quella di Dio.





60

Sandro Gindro, psicanalista e noto fondatore della scuola di Psicanalisi contro, sosteneva che la conoscenza corre sempre dietro alla realtà, senza raggiungerla mai: “Io posso dire che sono passati due minuti –si accalorò una sera a un seminario- ma, nel momento in cui lo dico, il tempo è già andato un po’ più avanti; qualunque cosa o concetto vi proviate a fermare, scoprirete di essere sempre un passo indietro; tutto ciò che il nostro essere conosce è inesorabilmente finito, finito, finito”.
Ne deduceva il bisogno di altre strade, che conducessero a un abbraccio con la verità pieno e globale.
A me, che ascoltavo il suo discorso, non era chiaro se intendesse riferirsi a un’inclinazione dello spirito, a una specie di ascesi priva però di afflati religiosi, o a una vera e propria fede in Dio. Va detto in ogni caso che non sempre la conoscenza è così imperfetta, come Gindro se la raffigurava.
È solo l’intelletto, infatti, che non riesce ad adeguarsi al flusso inarrestabile del tempo. L’esistenza ci riesce benissimo.  
La conoscenza che è sempre un passo indietro alle sue prede, buona a stringere in pugno soltanto ciò che è già passato, è solo quella che vuole fissare il divenire. Ma anche l’emozio­ne, la vista e il respiro sono fonti di conoscenza, e non subiscono i ritardi del pensiero. Né li subisce la stessa intelligenza, quando si limita a cogliere le cose nella verità di un istante, come avviene nelle creazioni inesauribili dell’arte.  
La vita, insomma, ha tutto ciò che occorre per allinearsi al presente. Heidegger ha cercato invano di riassumere nell’im­mobilità di un concetto l’assoluta inafferrabilità del tutto e Dilthey di sanare la frattura tra esistenza e conoscenza, ma tanti affanni si spiegano soltanto con l’angoscia che si prova davanti all’incompletezza del pensiero razionale, a quel bicchiere che non è mai pieno. Nascono da qui gli spasmi della filosofia. Per alzare un bicchiere colmo fino all’orlo, basta metterla da parte la filosofia e saltare in groppa al tempo, guardando con fiducia alle mappe che disegnano la mente e il corpo, congiunti in un’u­ni­ca platea.


61

Il cuore di un prete non è diverso dagli altri. Un prete può trattare con il cielo come andando a caccia di amicizie fruttuose o con quell’of­ferta di sé che altrove si chiama passione.  


62

 “La sua metafisica…”, si usa dire del pensiero di un filosofo. Difficile farsi una ragione di cosa sia una metafisica, se si è convinti che nulla, nemmeno una filosofia, sfugge alle leggi della fisica.
Ma, quando io penso alla catena delle generazioni nell’infinito sgocciolio dei secoli, e questa visione mi abbaglia con una rappresentazione della vita e della morte che travalica la mia esistenza, non cado forse in braccio alla metafisica? Cos’è infatti una metafisica se non un miraggio che dà sapore alla realtà e la circonda di un suo alone, suggerendo un’idea di quel che siamo e di dove siamo diretti?
Questi fasci di luce, alti sulle nostre teste, traversano l’univer­so fisico e indubbiamente ne fanno parte, nascono però da un’e­spe­rienza personale, per quanto suscettibile di unirsi ad altre espe­rienze personali, fino a formare a volte lo spirito del tempo.
Sono le muse dei poeti e le finestre da cui ognuno si affaccia, le concezioni del mondo. Questo e non altro sono le metafisiche. 


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Nell’uomo (non è chiaro perché, però, solo nell’uomo) stupisce la coscienza, cioè la cognizione che un organismo fatto di cellule ed enzimi e in generale di elementi non pensanti acquisisce di sé e della materia circostante.
Questo è il mistero per cui si è indotti a credere che, fra tanto apparato tutto fisico, vi sia una sostanza non corporea, di provenienza ultraterrena.
Lo stupore d’altra parte si spiega con l’idea sbagliata che si ha della materia, come di un aggregato inerte.


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La Patristica s’impegna alacremente a rappresentare Dio come una somma di virtù, eliminando via via dalla sua immagine ogni possibile difetto. Di Dio però, di questo passo, non dovrebbe restar nulla. Non c’è infatti un solo pregio che, con ciò che lo distingue da ogni altro, non sia anche chiuso e limitato, risolvendosi, per un essere Perfetto, in una inammissibile zavorra.


65

Per Tommaso d’Aquino, la ragione, se correttamente esercitata, non può entrare in conflitto con la fede, per il fatto che, come la fede, discende anch’essa da Dio. Se riga dritto, in altri termini, non può che confortare le certezze di chi crede.
Davanti a tanta ingenuità, si può sorridere. Ma, messi da parte i contorni religiosi, di quest’idea rimane l’essenzia­le, cioè che la fiducia nella ragione non può essere indiscriminata. C’è infatti una ragione che acceca accanto a un’altra che apre gli occhi, la prima nega, l’altra asseconda le verità insindacabili del cuore, e solo questa dà autentiche certezze.
La ragione così non dovrà andare al guinzaglio di un qualche suo inflessibile censore lungo le vie del cielo, ma, lungo quelle della terra, è il caso che sia bene indirizzata.  


66

Cosa c’era prima della creazione? Come i bambini, anche i filosofi fanno domande immaginifiche e si danno immaginifiche risposte. Per Guitton, prima della creazione c’era la “simmetria perfetta”.
La “simmetria perfetta” è per lui come per i Padri della Chiesa l’antitesi di ciò che è. O meglio di ciò che diviene. Tutto quello che ha un volto, un tempo, una storia, sa di limite e di imperfezione. È imperfetta la materia, imperfetta la dimensione, la figura circoscritta, quel che si realizza e non può essere diverso da com’è. Perfetto è il resto: Dio, ciò che non diviene. Con un po’ di malizia, si potrebbe dire ciò che non è.


67

La fiducia che Tommaso d’Aquino aveva nella ragione, Guitton ce l’ha nella scienza, che, a suo dire, non solo non allontanerebbe dal divino, ma ne attesterebbe l’esistenza. La scienza rivelerebbe infatti i capillari di infinite leggi sotto la pelle del mondo, riunite in un Ordine esemplare, l’equivalente di un’in­tel­­ligenza, a dimostrazione di come sia questa a regnare sul­l’u­­ni­verso e non il caso.
La prima cosa che viene da pensare è che Dio non sarebbe granché come interlocutore, se fosse una semplice geometria: a che pro rivolgergli preghiere e omaggi?
La seconda è che l’Ordine esemplare di cui parla Guitton altro non è che una tautologia. La traiettoria perfetta del creato è infatti la traccia che il mondo lascia dietro di sé. Se fosse diversa, ci sorprenderebbe comunque per i suoi ingranaggi così ben oliati e innestati uno nell’altro. La forza di gravità che tira i corpi verso il basso potrà sembrare la scelta impeccabile di una Mente superiore, ma, se avesse risucchiato i corpi verso l’alto, avremmo potuto vederci ugualmente l’im­pron­ta di un disegno divino.
Meravigliarsi che tutto fili in armonia centrando i suoi obiettivi è come sbalordirsi di aver fatto un passo da qui a là e non un po’ più a destra o più a sinistra o come restare a bocca aperta davanti ai mezzi dati dalla natura ad una varietà animale per garantirle la sopravvivenza, dimenticando la disgrazia delle specie che la selezione spazza via.
Guitton paragona l’esattezza con cui l’universo esegue i suoi compiti a quella che dovrebbe avere sulla terra un giocatore di golf per spedire una pallina in una buchetta su Marte, e ne deduce l’altissima probabilità se non la certezza che un essere supremo abbia sistemato le cose in modo tale che il miracolo si realizzi. Ma, se la pallina fosse schizzata su Venere, ugualmente ci sarebbe stato qualcuno pronto a giurare che dovesse finire proprio lì e a chiedersi come ciò sia potuto accadere.
Le rondini, insomma, non hanno artigli forti per tenersi ai cavi elettrici, come crede Guitton, ma si tengono ai cavi elettrici perché hanno artigli forti. Le leggi esistono, ma non sono provvidenziali. Avrebbero potuto essere altre e, soprattutto, non potrebbero mancare: le cose devono essere infatti in un “certo” modo, ed è questa l’unica legge indispensabile, quella da cui discendono tutte le altre, la sola condizione che l’universo deve osservare per poter essere. Per poter essere concretamente, almeno, e non nella maniera astratta della divinità che, per apparire perfetta da ogni lato, diventa tutto e il contrario di tutto, niente cioè. È sempre e solo il fatto di essere, il miracolo per il quale non si hanno spiegazioni.
Che la natura sia governata da un’intelligenza, in conclusione, è senz’altro vero. È l’intelligenza però frutto del caso, ed è questo il grande smacco di un pensiero finalista come quello di Guitton.


68

L’ordine imperturbabile del cosmo è essenzialmente un equivoco. Alziamo lo sguardo al cielo e vediamo sagittari, bilance e acquari. Ma il sagittario e tutto il resto sono nella nostra mente, non sopra di noi. Siamo noi che proiettiamo nel mondo il riflesso della nostra anima.
Il meccanismo perfetto che regola la natura è prima di tutto lo specchio della nostra intelligenza. L’intelligenza che regge l’universo è cioè essenzialmente la nostra. Lo ricorda la teoria dei quanti quando afferma che il mondo si determina all’ultimo istante, quello dell’osservazione, e che, prima di allora, in senso stretto nulla è reale.


69

La creazione è la morte di Dio, l’attimo in cui la simmetria si spezza e l’infinito diventa finito, frastagliandosi in un mosaico di minuzie. La creazione è la morte di Dio. Non la prova della sua esistenza.


70

In quale scatola è chiuso l’universo e questa in quale altra scatola è chiusa? E prima del primo nucleo di materia cosa c’era?
Queste domande non mi avvicinano a Dio. Mi precipitano in un vuoto di risposte, come in una spirale.


71

CALCOLO DELL'ULTIM'ORA: L'UNIVERSO ESISTE
DA 18 MILIARDI DI ANNI
Non c'è così che iscriversi
in un solco;
nel gorgo che s'evolve,
in una ruga.


72

Ogni individuo è una visione del mondo, è lo sguardo che misura l’orizzonte e l’orizzonte misurato. Tanti sono gli universi, quanti gli uomini sulla faccia della terra, universi che nascono e muoiono con noi, a cui si aggiungono altri universi, uno per ogni animale, per ogni insetto e per ogni pianta; per ogni pietra persino: caso estremo, in cui la perfetta coincidenza tra coscienza e realtà si posta sullo zero.
È il motivo per cui nessuno riesce a immaginare un tempo che gli sopravviva: nessuno può davvero concepire la sua propria scomparsa.
A questo, ogni altra creatura e ogni più semplice organismo reagiscono mobilitando ogni fibra del proprio essere contro i pericoli che lo minacciano e la possibilità della fine.
A noi non basta; per scongiurare il nulla dobbiamo riconoscerci in un’entità più vasta -Dio, Natura, Cosmo, Ciclo naturale o quel che sia- un’entità che ci trascenda e in qualche maniera ci assimili e conservi, inattaccabili alla morte, al di là di noi.


73

Sono stati gli uomini a trasmettermi la parola di Dio. Ma era la loro parola, che io ero libero di prendere o lasciare.


74

Vate:
- Nulla finisce e nulla finirà, neanche il volo di una mosca sulla lavagna del mondo passa inosservato, tutto quello che accade lascia una traccia facendo sì che il disegno universale sia quello che è. Siamo immortali per l’impronta che lasciamo, in una vastità che trascende il nostro tempo e il nostro spazio e ci congiunge con l’eterno. Questa è la verità, di cui non ci accorgiamo, se guardiamo a ciò che abbiamo intorno. Ma, se chiudiamo gli occhi e ci sciogliamo dall’illu­sio­ne della quotidianità, sentiamo pulsare l’infi­ni­to, molto vicino a noi, non in un’aura immobile e astratta.
Scettico:
- Siamo linee del disegno universale, punti nell’immensità della sua trama, ma lo spazio infinito che registra il mio passaggio come può sollevarmi dagli affanni disseminati lungo il mio cammino, fatto di attese, sentimenti e sogni?   
Chiudendo gli occhi e sospendendo i sensi, non trovo risposte ad attendermi, ma domande, che mi precipitano nella voragine del tutto, e il tutto mi macina e mi dimentica, facendo di me un essere unico e finito, immortale, certo, ma solo nel silenzio del mio oblio, con umiltà, e non in un trionfo d’angeli.

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